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Oreste
Albertini, verità e bellezza di
Giuseppe Bonini
Esiste
uno scarto all'interno della vicenda artistica di Oreste
Albertini che assume valenza particolarmente significativa e che
la critica solitamente non evidenzia. Come noto, la sua
decisione di dedicarsi esclusivamente alla pittura è
piuttosto tarda, risalendo al 1921, quando ha ormai
trentaquattro anni, mentre, ugualmente sappiamo, che la sua
attenzione per l'arte e la sua pratica appartengono ad una
stagione decisamente precoce. Certo lo stacco temporale fra
questi due momenti ha delle valide motivazioni all'interno della
storia personale dell'artista, costretto a diversi mestieri per
ragioni di sopravvivenza. Ma non è questo l'aspetto che
ci interessa e che rischia solo di mitizzare la figura
dell'artista. Se osserviamo le sue prove iniziali degli anni
Venti, sono in buona parte nell'ambito del paesaggio e con un
luminismo dì derivazione divisionista, ovvero
riconducibile alla cultura pittorica della sua formazione, prima
alla Civica scuola pavese di pittura, e poi alla Scuola di
Decorazione dell'Umanitaria e ai corsi serali di Brera, nel
fervido clima della Milano del primo '900. Non è un caso,
allora, che Albertini, quando comincia a dipingere con
sistematicità, individui in Segantini un modello di
riferimento, inattuale all'epoca, ma innovativo ai tempi della
stagione formativa. Modello, comunque, che va interpretato.
Lo
stesso artista sente il peso di queste opzioni linguistiche:
“...cerco di ridire quanto dice a me la natura, usando i
suoi stessi accostamenti di colore, niente dunque scomposizione
e derivazione divisionistica". Indubbiamente egli tende a
rivendicare una propria libertà espressiva e per certi
versi la sua posizione è condivisibile anche perché
egli sa aprirsi, pur senza allontanarsi dalle sue convinzioni,
alle suggestioni e agli stimoli offerti dall'arte coeva, in
particolare alla plasticità e ieraticità delle
figure novecentiste e a certo intimismo. Albertini, soprattutto,
rifugge la rigorosità del metodo divisionista
combinandolo con quella tradizione atmosferico-luministica che è
propria della pittura lombarda e che risale fino a Leonardo,
tradizione all'interno della quale luce e colore vengono
ritenuti fonti di verosimiglianza. E la ricerca del vero
costituisce infatti una delle cifre distintive del suo operare,
l'altra è l'ideale: "Un vero senza ideale -scrive-
non val più d'un ideale senza verità ma l'uno è
il campo, l'altro la semente”. In questo senso Albertini
si ricollega all'estetica classica, alla cosiddetta “grande
teoria” in cui bello, vero e buono coincidono. Egli parla
infatti spesso di amore quale sentimento universale, ideale che
regola l'ordine naturale assegnandole misura e dunque armonia.
La natura, allora, non è per l'artista solo un soggetto
da guardare e tradurre sulla tela, ma anche un modello etico, un
modello cui conformarsi, un modello cui si può aderire
solo immergendosi ed identificandosi nei suoi ritmi. Per questo
Albertini, al pari appunto di Segantini, trascorre diversi mesi,
dalla primavera all'autunno, fra i monti, a contatto diretto con
il mondo naturale, con i suoi paesaggi ed i suoi abitanti,
cogliendone le luci e le ombre, il muoversi dei fili d'erba, il
trascolorare dei cieli, il passare delle stagioni, le semine ed
i raccolti dei contadini. L'arte è insomma un rituale per
celebrare e godere dello spettacolo della natura e partecipare
al senso religioso della vita agreste e pastorale. Assume così
valore simbolico la luce, esaltata da un sapiente uso di tutte
le gamme cromatiche modulate in tessiture brillanti e raffinate,
luce che, cadendo ovunque, illumina le cose sottraendo loro ogni
mistero ed esaltandone per converso la verità. Perché
solo il vero è bello.
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